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Rifiuti urbani: cresce il riciclo, ma restano sfide su impianti e investimenti

La gestione dei rifiuti urbani in Italia continua a registrare progressi sul fronte dell’economia circolare, con risultati in miglioramento sia nella raccolta differenziata sia nel riciclo. Tuttavia, il raggiungimento degli obiettivi europei richiederà un ulteriore rafforzamento delle filiere industriali, degli investimenti e della dotazione impiantistica, soprattutto nelle aree del Mezzogiorno.

Raccolta differenziata in crescita, ma il riciclo resta la vera sfida

Nel 2024 la produzione nazionale di rifiuti urbani ha superato i 29,9 milioni di tonnellate, in aumento del 2,3% rispetto all’anno precedente. Nello stesso periodo la raccolta differenziata ha raggiunto il 68%, mentre la quota di rifiuti effettivamente preparati per il riutilizzo e il riciclo si è attestata al 52%.

Il divario tra raccolta e riciclo evidenzia come la transizione verso un’economia circolare non possa essere misurata esclusivamente dalla quantità di materiali raccolti separatamente. Il vero indicatore di efficacia è la capacità del sistema di trasformare i rifiuti in nuova materia prima, valorizzandoli all’interno dei cicli produttivi.

Le filiere del recupero e il caso della plastica

La composizione dei rifiuti avviati a riciclaggio conferma il ruolo centrale della frazione organica, che rappresenta il 41% del totale. Seguono carta e cartone (25%), vetro (13%), legno (7%) e plastica (6%).

Ogni filiera presenta caratteristiche differenti in termini di costi, qualità dei materiali raccolti e sbocchi di mercato. Per questo motivo la raccolta differenziata, da sola, non basta a garantire il recupero effettivo delle risorse: servono strumenti di gestione adeguati e una forte collaborazione lungo tutta la catena del valore.

Particolarmente complessa è la filiera della plastica. Pur incidendo relativamente poco sul totale dei rifiuti riciclati in termini di peso, richiede processi più articolati a causa dell’eterogeneità dei materiali, della presenza di frazioni estranee e della forte competizione con le materie prime vergini. In questo contesto, il mercato delle materie prime seconde e gli strumenti della responsabilità estesa del produttore (EPR) assumono un ruolo strategico per sostenere la sostenibilità economica del riciclo.

Costi di gestione e principio “chi inquina paga”

L’analisi dei costi mostra significative differenze tra le varie tipologie di rifiuto. Vetro e carta presentano costi medi di raccolta e trattamento sensibilmente inferiori rispetto agli imballaggi in plastica, che risultano la frazione più onerosa da gestire a causa della maggiore presenza di materiali non conformi.

Secondo il rapporto, il principio europeo del “chi inquina paga” dovrebbe trovare piena applicazione attraverso sistemi EPR in grado di coprire i costi efficienti sostenuti dai gestori lungo tutta la filiera post-consumo. L’obiettivo è evitare che i maggiori costi della circolarità si trasferiscano direttamente sulle tariffe pagate dai cittadini.

Impianti: il nodo ancora aperto del Mezzogiorno

Per ridurre il conferimento in discarica al 10% entro il 2035, come previsto dagli obiettivi europei, sarà necessario potenziare in modo significativo la capacità impiantistica nazionale.

Le principali criticità riguardano il Sud Italia e la Sicilia, dove persistono deficit sia nel trattamento della frazione organica sia nella gestione del rifiuto indifferenziato residuo. La realizzazione del termovalorizzatore di Roma e i nuovi impianti finanziati attraverso il PNRR contribuiranno a ridurre parte del fabbisogno esistente, ma il rafforzamento delle infrastrutture nel Mezzogiorno resta una priorità strategica per il paese.

Investimenti in aumento, ma persistono i divari territoriali

Nel 2024 il settore ha realizzato investimenti per circa 2 miliardi di euro. A trainare la crescita sono state soprattutto le aziende di maggiori dimensioni, che hanno più che raddoppiato gli investimenti rispetto al 2016.

Anche sotto questo profilo emergono però forti differenze territoriali. Le imprese del Nord registrano livelli medi di investimento superiori rispetto a quelle del Sud e delle Isole, evidenziando la necessità di rafforzare la capacità industriale e finanziaria nelle aree che presentano i maggiori fabbisogni infrastrutturali.

Governance e organizzazione del servizio

Il sistema italiano continua a mostrare una forte eterogeneità organizzativa. Una parte significativa della popolazione è servita attraverso affidamenti ottenuti con gara, ma la maggioranza dei bandi continua a essere promossa dai singoli Comuni e spesso riguarda territori limitati.

Secondo il Green Book, la questione centrale non è soltanto la dimensione del gestore, ma la capacità di garantire programmazione, continuità operativa, integrazione delle attività e investimenti di lungo periodo. Le gare d’ambito, ancora poco diffuse, rappresentano in questa prospettiva uno strumento importante per favorire una gestione più efficiente e strutturata.

Un comparto che vale l’1% del PIL

Nel 2024 il settore dei rifiuti urbani ha generato un fatturato di circa 19 miliardi di euro, pari all’1% del PIL nazionale, impiegando oltre 122 mila addetti diretti.

Le aziende di maggiori dimensioni si confermano le più performanti sotto il profilo economico e finanziario, concentrando quasi la metà dei ricavi complessivi del comparto e mostrando livelli superiori di produttività e capacità di investimento.

TARI: differenze marcate tra Nord e Sud

La TARI media nazionale nel 2025 si attesta a 333 euro, ma con differenze territoriali significative. Al Nord il valore medio è pari a 288 euro, mentre sale a 358 euro nel Centro e a 378 euro nel Sud.

Il dato riflette le differenze nella dotazione impiantistica, nell’organizzazione del servizio e nella maturità industriale delle diverse aree del paese. Ridurre questi divari rappresenta una delle principali sfide per coniugare sostenibilità ambientale, efficienza economica e qualità del servizio.

Fonte: GREEN-BOOK-2026.pdf

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